Riflessione sul ruolo politico che riveste la multinazionale oggi o meglio le “corporation transazionali”

 

Riflessione sul ruolo politico che riveste la multinazionale oggi in vari paesi europei dove oltre a godere rispetto al potere politico di uno stato in fase di concertazione uno squilibrio a suo favore  sia  sull’interesse ad investire o meno in un determinato paese ,sia a regolare in termini di diritti dei lavoratori  è capace di dettare linee guida oltre che sul piano economico sul  piano  culturale politico antropologico demografico  godendo di un pensiero , di un orientamento di politica economica che sembra avere oggi   una valenza quasi dogmatica  tanto più nel mondo odierno dove una sola Multinazione è in grado di battere  uno Stato.

 

“Multinazionali battono gli Stati, Exxon più ricca del Pakistan
La Exxon che scavalca il Pakistan e tallona Cile, Filippine, Colombia. La General Motors, la Ford, la Daimler, la Toyota che, da sole, pesano quanto o più dell’ Algeria, della Nuova Zelanda, della Repubblica Ceca, degli Emirati Arabi, della Nigeria. Oppure ancora la General Electric: Paesi come Slovenia e Kazakhstan, o Croazia e Tunisia, dovrebbero mettersi insieme e nemmeno allora ne raggiungerebbero la «taglia». Economica. E dunque politica.
Sono flash dall’economia globalizzata. Dove è un fatto che le grandi «corporation transnazionali» (la definizione è dell’ Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo) abbiano più peso, più potere e più «salute» di parecchi Stati sovrani. Al punto che la loro influenza sul mondo dell’economia è spesso superiore e che, tra le cento maggiori «entità economiche globali», 29 sono appunto società e non Paesi.
La classifica dell’Unctad prende come base il Prodotto interno lordo per gli Stati e il valore aggiunto (calcolato a partire non dal fatturato ma, per ragioni di omogeneità, dalla somma di salari e utili netti) per le multinazionali. Nessuna sorpresa all’inizio dell’elenco: la graduatoria, e non potrebbe essere diversamente, è esattamente quella dei maggiori Paesi industrializzati, con gli Usa (9.810 miliardi di dollari) che precedono Giappone, Germania, Gran Bretagna, Francia, Cina, Italia (1.074 miliardi di dollari).
La differenza tra i Paesi davvero «ricchi» e gli altri si vedrebbe già qui: nessun altro Stato sta sopra i mille miliardi di Pil (il Canada, che pure fa parte del G8 e infatti è ottavo, è a 701). Ma quando si incomincia a scendere, e si entra in area Pvs (le nazioni cosiddette «in via di sviluppo»), le economie si assottigliano a tal punto che davvero sono le grandi corporation a confermare il loro potere. E così la prima, la petrolifera Exxon Mobil, viene subito dopo il Cile e prima del Pakistan: al quarantaquattresimo posto, con un valore aggiunto di 63 miliardi di dollari contro i 71 di Santiago e i 62 di Islamabad.
Le 29 potenze aziendali, da qui in poi, se la giocano da vicino con Paesi poverissimi come il Vietnam o il Bangladesh, ma anche ricchi (soprattutto di petrolio) come il Kuwait. Ed ecco allora i colossi dell’auto, dell’energia, dell’elettronica che si inseriscono qua e là tra una Romania e un Oman, tra un Perù e un Marocco. E non sono i grandi gruppi in grado di influenzare le economie mondiali, soltanto le classiche corporation americane o giapponesi, le Exxon o le Ibm o le Matsushita. C’è anche un nome italiano: l’Eni.Novantacinquesimo, nella classifica Unctad delle «entità economiche globali», con un valore aggiunto di 18 miliardi di dollari. Poco meno dell’economia uruguayana o croata. Poco più di quella siriana.”

Raffaella Polato- Corriere della Sera.

 

la globalizzazione e il nuovo Congresso di Vienna

C’è un curioso punto di tangenza tra il dibattito congressuale che si sta sviluppando nel Pd
e le tesi con cui Matteo Salvini sta giustificando le scelte del proprio governo e con cui ha avviato con grande successo e
con amplissimo anticipo la campagna elettorale per le elezioni europee di fine maggio 2019: si
tratta della lettura della globalizzazione, benché il fronte sovranista e la sinistra propongano
ricette antitetiche.
Salvini ha avviato la campagna elettorale il 28 agosto scorso con un incontro con Viktor Orbán,
premier ungherese e antesignano del sovranismo. Successivamente, il leader della Lega ha
incontrato Marine Le Pen l’8 ottobre, e dieci giorni dopo ha lanciato la propria candidatura alla
guida della Commissione Europea come spitzenkanditat di un fronte sovranista da costruire,
ricevendo il giorno successivo l’assenso dell’estrema destra tedesca di Afd.
La tesi di fondo dei sovranisti mette sul banco degli imputati la globalizzazione, con una
narrazione :

la globalizzazione ha messo l’economia reale in mano alla
finanza mondiale, che è solo speculativa, ed è guidata da Soros e altri personaggi del genere.
Questa cupola internazionale è “mondialista” e vuole soggiogare i popoli sia sul piano economico,
attraverso l’ulteriore finanziarizzazione dell’economia e la longa manu delle banche; sia sul piano
culturale, imponendo il “pensiero unico”, attraverso il “politicamente corretto”, e cioè un
allargamento dei diritti civili a categorie finora escluse: omosessuali, donne, minoranze di
qualsiasi tipo, comprese quelle etniche, linguistiche e culturali.

I nemici quindi sono sia i fondi di
investimento, sia le banche, sia chi si batte per i diritti delle minoranze. Sono tutti mondialisti.

Salvini potrebbe essere il candidato alla guida della Commissione Europea
per un fronte sovranista europeo nelle elezioni di maggio 2019.
Molti punti di questa narrazione hanno presa sulle fasce della popolazione più deboli
economicamente e culturalmente. Spesso infatti la fragilità economica e le carenze culturali si
sovrappongono nei gruppi sociali più esposti delle nostre società post ideologiche, in cui non ci
sono più partiti, sindacati, corpi intermedi capaci di promuovere una crescita culturale dei propri
associati. Un operaio la cui fabbrica ha chiuso durante la terribile crisi 2008-2012, piombato nella
precarietà o nella povertà, vive come una concorrenza la presenza nel suo stesso quartiere delle
minoranze etniche degli immigrati, ed è quindi soddisfatto se si nega a tale minoranza l’acquisto
di nuovi diritti (dallo ius soli al reddito di cittadinanza). Non c’è più un partito che gli dica che il
suo “nemico di classe” reale è il ricco, favorito dall’attuale sistema fiscale, né un sindacato che
spieghi chi sia a togliergli le risorse del welfare. Anche l’idea delle barriere doganali in
chiave anti-mondialista appare coerente con questa narrazione, perché la barriera dà l’idea di

proteggere da ciò che entra nel nostro paese (merci, immigrati e idee mondialiste) e non dà l’idea
di impedire che esca dal nostro paese ciò che produciamo (come accade oggi all’Italia che è il
quinto esportatore a livello globale).
Se dunque la globalizzazione è il male, che si incarna nella finanziarizzazione dell’economia e
nella mondializzazione, ha una sua coerenza la ricetta di Salvini, Orbán e Le Pen di disarticolare
sia le sedi multilaterali sia l’Unione europea e l’Euro . Per certi versi è la stessa illusione restauratrice che portò nel 1815 i
sovrani europei riunitisi a Vienna nel celebre Congresso: tornare all’assolutismo precedente alla
Rivoluzione francese, fingendo che la borghesia non fosse la classe trainante in quasi tutte le
nazioni dell’epoca. Un’illusione, appunto, all’insegna del pensiero magico, assai simile a quello che
oggi stanno vivendo ampie fasce della popolazione europea.
Le ricette della sinistra e anche quelle che stanno emergendo dal dibattito congressuale del Pd
sono antitetiche, a cominciare dall’esigenza di rafforzare l’Unione Europea, semmai spingendo
verso una maggiore integrazione nell’area Euro, nelle politiche fiscali e del welfare. Eppure in
buona parte è uguale la lettura della globalizzazione. Cito tre recenti interventi del segretario del
Pd, Maurizio Martina, del candidato al congresso Dem Nicola Zingaretti e di Massimo D’Alema, in
un suo interessante contributo il 20 ottobre su Huffington Post.
Martina, il 28 settembre scorso ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta, ha sostenuto che il
centrosinistra ha perso le elezioni perché negli ultimi vent’anni ha avuto “troppa fiducia verso la
globalizzazione”, sperando che essa, con le liberalizzazioni, avrebbe allargato il benessere. Invece
essa ha portato nelle nostre società “un aumento delle diseguaglianze”.

Per Nicola Zingaretti “la globalizzazione non ha fatto altro che allargare le diseguaglianze
della nostra società”.
La lettura data da Nicola Zingaretti il 14 ottobre, all’iniziativa “Piazza Grande” per lanciare la
propria candidatura, è stata identica:
la globalizzazione non ha fatto altro che allargare le diseguaglianze della nostra società [il che
dimostra che la] subalternità della sinistra negli ultimi vent’anni al liberismo [è stata sbagliata].
La sua ricetta, sintetizzata con il sintagma di “economia giusta” si basa su due assi: “crescere, e
avere l’ossessione per il superamento delle diseguaglianze”, attraverso la redistribuzione.
Il 20 ottobre, Massimo D’Alema ha espresso idee simili: le forze progressiste europee e Usa hanno cercato di
“temperare” il liberismo, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti:
la crisi finanziaria e poi economica non è stata solo l’effetto del fallimento della pretesa
autoregolazione dei mercati, ma il punto di arrivo di un processo sociale segnato dalla crescita
delle diseguaglianze, dall’impoverimento delle classi medie, dalla precarizzazione e
svalorizzazione del lavoro, mentre la ricchezza finanziaria si concentrava in gruppi sempre più

ristretti. L’enorme disparità di ricchezza e opportunità finisce per logorare non solo la coesione
sociale ma la base stessa della democrazia. Noi viviamo, a partire dal 2008, una lunga e logorante
crisi. La crisi della globalizzazione neoliberista e dell’egemonia della cultura dominante che ha
segnato questo periodo, senza che riesca ad affermarsi una nuova visione del mondo e dello
sviluppo.
Siamo sicuri che sia corretta questa analisi? Davvero assistiamo alla “crisi della
globalizzazione”? In molti paesi d’Europa e in Nord America la maggior parte della popolazione
risponderebbe forse di sì, ma nel resto del mondo la risposta sarebbe negativa. Dal 1999 (l’anno
del vertice di Seattle che ha dato vita al Wto e alla globalizzazione) a oggi il 25 per cento del pil
mondiale (cioè della ricchezza prodotta) si è trasferito dai paesi del G7 ai paesi emergenti, specie
asiatici, Cina ; ma anche in Brasile, Sudafrica, Messico e in misura
minore in altri paesi, dal Cile al Ghana. In questi paesi la classe media non si è impoverita, anzi si
sta formando e sta crescendo numericamente, economicamente e culturalmente: in Cina si parla
di trecento milioni di persone appartenenti all’emergente classe media, e altrettanti in India.
Anche nelle altre “Tigri asiatiche” vale questo discorso, e perfino in paesi come Vietnam e
Bangladesh il fenomeno è rilevante. Le diseguaglianze non aumentano, ma semmai si
assottigliano.
Questo crescente spostamento di produzione manufatturiera dai vecchi paesi industrializzati a
quelli emergenti è un passo ulteriore del lungo processo di decolonizzazione iniziato con le guerre
d’indipendenza negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Se non capiamo che la
globalizzazione non riguarda solo noi ma tutto il mondo, daremo una lettura sbagliata e delle
proposte altrettanto sbagliate. A livello globale la vecchia diseguaglianza tra paesi ricchi e paesi
poveri è diminuita; la ricchezza prodotta da alcuni dei vecchi paesi ricchi è diminuita e si è
distribuita al loro interno in maniera diseguale. Zingaretti ha detto che la sua “economia giusta”
ha come primo asse la crescita; il punto è: come crescere? Quale è il “posto” dell’Italia in questo
mondo dopo i mutamenti irreversibili degli ultimi vent’anni? Forse si pensa che le ex colonie, gli
ex paesi sottosviluppati tornino tali e noi riprendiamo a produrre merci a basso valore aggiunto e
con basso costo della mano d’opera?

La sinistra italiana e il pensiero cattolico-democratico, cioè le due culture politiche principali che
hanno dato vita al Pd, si sono sempre impegnate per il superamento del divario tra nazioni ricche
e nazioni povere sin dagli anni Sessanta del Novecento e per superare a tutti gli effetti il
colonialismo. Ora che quel processo si sta compiendo lo vogliono forse mettere in discussione? Un
sovranismo di sinistra? Sarebbe paradossale.
L’altro errore di lettura del fenomeno è confondere la globalizzazione, portata avanti all’insegna di
convinzioni liberali, con l’impostazione liberista. Secondo questa ideologia tutti i fenomeni si
autoregolamentano in maniera efficiente: dalle società ai mercati, dai mercati rionali di frutta e
verdura sino a quelli finanziari. Di qui la deregolamentazione di questi ultimi, che ha portato alla
cartolarizzazione della finanza, cioè alla nascita di prodotti finanziari derivati, sempre più distanti
dall’economia reale, ideati per riuscire a vendere il rischio in cambio di interessi elevati. I famosi
subprime che hanno innescato la crisi finanziaria mondiale del 2008 ne sono la quintessenza; ma
molti di noi, andando alla propria filiale in banca, si sono sentiti proporre prodotti “interessanti”
che davano interessi al dieci per cento o più, mentre il pil dei nostri paesi cresceva al due.
Anche l’altro grande fenomeno che ha destabilizzato le opinioni pubbliche europee, il forte
aumento dell’immigrazione dall’Africa, riceve dalla sinistra italiana una lettura sbagliata proprio

alla luce della errata analisi della globalizzazione. Tralascio qui il fatto che il fenomeno migratorio
non riguarda solo l’Europa, visto che anche paesi di partenza di molti migranti, come la Nigeria o
il Marocco, sono a loro volta meta di milioni di migranti provenienti dai paesi limitrofi (nei mesi
scorsi Rabat ha dovuto varare una sanatoria per gli immigrati).
Oltre a questo aspetto, non secondario, non si tiene conto che i paesi di provenienza della maggior
parte degli immigrati economici africani (al netto dei profughi che fuggono da guerre o dittature
feroci) sono esattamente quelli non coinvolti dalla globalizzazione, che sono rimasti ai margini dei
nuovi flussi finanziari. Questi stati favoriscono l’emigrazione dei propri cittadini perché essi,
grazie alle rimesse, fanno confluire nel paese valuta pregiata (euro, sterlina, ecc); per tutti i paesi
africani le rimesse in valuta costituiscono percentuali a due cifre di pil, e più il paese è povero ed
escluso dai flussi della globalizzazione più la percentuale sale. Questi paesi sarebbero ben felici di
essere coinvolti nella globalizzazione, non ne sono affatto vittime.
Bene – mi si obietterà – queste sono belle parole. Ma in Italia la musica è diversa. Le
diseguaglianze sono cresciute sia a livello sociale che a livello geografico, fra centro e periferia,
tra Nord e Sud. Tanto è vero che alle politiche del 4 marzo il M5S ha stravinto con la proposta del
reddito di cittadinanza esattamente nelle zone (periferie e Mezzogiorno) dove l’aumento delle
diseguaglianze ha prodotto effetti più devastanti. Questo è tutto vero. Ma domandiamoci se le
cause di questa triste realtà non dipendano da problematiche tipicamente italiane, estranee alla
globalizzazione. E con onestà dobbiamo dare una risposta positiva a questa domanda.
Il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord non è conseguenza della globalizzazione. Le mafie che
tengono sotto scacco intere regioni italiane, allontanando investimenti e voglia di fare impresa,
sono una realtà storica. L’ancora bassa produttività in determinati settori produttivi è un
fenomeno che ci trasciniamo dagli anni Ottanta. Il fatto che l’Italia sia assente in settori produttivi
strategici, come l’elettronica di consumo, dove negli anni Sessanta e Settanta era tra i
protagonisti, non è dipeso dalla globalizzazione bensì dalla decisione politica presa agli inizi degli
anni Settanta di non introdurre anche in Italia le trasmissioni televisive a colori, il che ha messo
fuori gioco la nostra forte industria degli apparecchi televisivi, che poi ha trascinato con sé nella
crisi l’intera industria elettronica. La bassa capitalizzazione delle nostre imprese, con conseguente

difficoltà a fare ricerca e innovazione, non nasce per colpa dei cinesi. Per non parlare degli alti
costi della burocrazia, della lentezza della giustizia civile, la corruzione, l’elevata evasione fiscale,
ecc.
Infine, questa demonizzazione della globalizzazione fa capire che la sinistra non si è ancora
attrezzata culturalmente per capire la nuova rivoluzione industriale che stiamo attraversando a
causa delle tecnologie digitali. Anche in presenza di dazi e tariffe, i medesimi prodotti saranno
comunque sfornati dalle industrie attraverso processi completamente diversi, con tecnologie
nuove, che renderanno obsoleti alcuni mestieri e alcune competenze. Chissà, magari tra cinque
anni le imprese italiane non cercheranno più fresatori perché esisteranno macchine che svolgono
per intero la fresatura, e avranno bisogno semmai di un tecnico in grado di usarle. E che farà un
fresatore di cinquant’anni la cui impresa comprerà questa nuovo macchinario? La sinistra si
limiterà ad accusare i cinesi, il Wto, il Fmi e “l’ordoliberismo” delle politiche Ue (espressione che
sento molto a sinistra…), o sarà capace di proporre da subito un investimento in formazione nelle
nuove tecnologie per tutti i lavoratori italiani? . Eppure ci sono degli interessanti esperimenti di contrattazione
che introducono questo elemento che sappiano anche prendere coscienza delle nuove “lotte di classe”,
dove i nuovi padroni sono per esempio le grandi aziende oligopoliste che trattano i big data a
livello planetario senza pagare un centesimo di tasse; che nel concerto delle nazioni si battano per
l’integrazione europea, per la pace e la cooperazione tra i popoli.
Certo, prima producevamo scarpe a basso costo, oggi impossibile vista la concorrenza di Cina,
Vietnam, I, ecc. Ma qualcuno crede davvero che avremmo potuto per sempre tenere le ex
colonie fuori dal sistema manifatturiero mondiale, costringendole a rimanere solo produttori
agricoli e di materie prime e acquirenti dei nostri prodotti industriali? Significherebbe dimenticare
che la storia ha una sua forza, e che dopo la restaurazione del Congresso di Vienna è arrivata
comunque la rivoluzione borghese in tutte le nazioni europee nel 1848.

le Colpe della Globalizzazione

In Occidente si stanno avvicendando al potere forze politiche che hanno come punto di forza un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: smontare la globalizzazione. Ma che cos’è oggi la globalizzazione, e soprattutto come viene percepita? Per il grande capitale è stata una manna che ha spalancato mercati prima ermeticamente chiusi, che ha permesso di trovare manodopera a basso costo altrove e soprattutto di pagare meno tasse, talvolta addirittura nulla, grazie alla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”. Gli imprenditori di dimensioni nazionali non hanno invece lo stesso vissuto: la concorrenza delle multinazionali ha ridotto le loro possibilità di sopravvivenza, e oggi i grandi marchi stanno occupando ogni nicchia produttiva e commerciale disponibile. Per le persone, per i privati cittadini, la situazione è ancora più complessa.

Una globalizzazione a misura di Multinazionale

C’è chi ha migliorato le sue condizioni di vita, c’è chi invece è stato scartato, espulso dal lavoro. Questa è stata la conseguenza delle delocalizzazioni produttive, che hanno caratterizzato soprattutto la prima fase della globalizzazione. Milioni di nuovi posti di lavoro creati in Oriente, milioni di posti di lavoro in meno in Occidente. Nel frattempo l’offerta di lavoro è cambiata: l’alternativa all’impiego “di una volta” consiste spessissimo in occupazioni precarie, senza prospettive di carriera, con pochi diritti. Così in Occidente è cresciuta la delusione per le promesse mancate, insieme alla paura di perdere anche ciò che resta dei diritti e del lavoro del passato.

Il programma dei cosiddetti populismi è molto semplice: dare risposte radicali ai problemi della globalizzazione, senza fare mediazioni e utilizzando un linguaggio diretto. Il nocciolo della proposta è l’idea che si possa tornare al passato, che si possa ricreare un mondo che a molti, ora, sembra idilliaco. Si pensa ad esempio che se una donna europea ricevesse sussidi dallo Stato farebbe molti figli, che dazi e barriere doganali possano rilanciare la produzione nazionale, che la forza militare sia una carta vincente.

I politici arrivati al potere su queste idee si stanno moltiplicando velocemente, da Trump negli Stati Uniti a Orbán in Ungheria, dall’Italia “gialloverde” all’Austria. E molti arriveranno ancora. Oggi i difensori della globalizzazione sono i Paesi che ne hanno tratto quasi solo vantaggi, dalla Cina al Vietnam, mentre le forze che l’hanno sostenuta in Occidente sono in stato confusionale. Il non avere mai voluto vedere le distorsioni che la globalizzazione produceva, il non avere mai voluto introdurre correttivi e riforme oggi si paga. L’azione di questi governi per ora si concentra sulla distruzione del sistema multilaterale di relazioni economiche, ma presto si arriverà all’approdo naturale di ogni nazionalismo: il ritorno a scenari internazionali dettati da motivi di contrasto. Questo perché, se non sei interessato a vendere i tuoi prodotti attraverso gli accordi, i mercati li apri con le cannoniere, come usava fare l’Impero britannico. Il XXI secolo, che doveva essere quello del consolidamento di una società globale, rischia dunque di essere quello del ritorno agli Stati-nazione. La democrazia è in ritirata ovunque, gli organismi internazionali sono stati messi a tacere.

Come ridare fiducia a chi ritiene di aver soltanto perso, con la globalizzazione? È questa la domanda alla quale la politica dovrà dare urgentemente risposta. Le proposte dovranno essere concrete, dirette e radicali, ma finalizzate a riformare, non a smontare l’esistente. Perché oltre la globalizzazione non c’è la possibilità di tornare a stare meglio, c’è solo quella di tornare all’era dei conflitti.

I Lati Oscuri della Globalizzazione

Gli economisti, si sa, litigano fra loro su quasi tutto. C’è un punto, però, su cui sono quasi tutti d’accordo: è la teoria dei vantaggi comparati.

Inventata da David Ricardo un paio di secoli fa, questa teoria asserisce che il commercio internazionale è vantaggioso per tutti i Paesi che lo praticano, perché l’apertura dei mercati fa sì che ogni Paese si specializzi nelle produzioni in cui ha un vantaggio comparato rispetto agli altri Paesi, il che provocherà un aumento della produttività media, un abbassamento dei costi, e in definitiva la possibilità di approvigionarsi a prezzi convenienti acquistando le merci che altri sono in grado di produrre più a buon mercato.

Su questa teoria c’è sempre stato un consenso quasi unanime, e in effetti la storia economica sembra dare ragione a quanti credono nelle virtù del commercio internazionale: i periodi di apertura dei mercati sono stati per lo più periodi di crescita e di prosperità per i Paesi che hanno puntato sugli scambi di merci e servizi. Oggi, però, anche questa consolidata teoria suscita qualche dubbio.

Dopo tre decenni di globalizzazione, le economie occidentali sono andate incontro alla più lunga crisi della loro storia, una crisi che per alcuni Paesi, fra cui l’Italia, è durata quasi un decennio. Ci si chiede, quindi, se sia sempre vero che l’apertura delle economie favorisca davvero tutti i Paesi coinvolti.

Il dubbio è alimentato dal fatto che, negli ultimi decenni, l’apertura ha promosso la crescita di decine di Paesi arretrati (fra i quali la Cina ) ma pare aver rallentato quella di una parte considerevole delle economie avanzate. Questa eventualità, ovvero che la globalizzazione possa essere un vantaggio per alcuni Paesi e uno svantaggio per altri, prima della crisi non era stata presa sul serio da quasi nessuno, almeno in Italia.

Con due importanti eccezioni, però: nella prima metà degli anni Novanta, sia Giovanni Sartori sia Giulio Tremonti avevano messo in guardia contro i rischi di impoverimento che i Paesi avanzati correvano di fronte alla concorrenza dei Paesi arretrati, a causa dei bassi costi della manodopera e della debolezza delle regolamentazioni.

Oggi il sospetto che la globalizzazione possa essere dannosa per le economie avanzate è molto più diffuso. In parte si tratta di una credenza semplicistica, che sopravvaluta i rischi della globalizzazione e sottovaluta i vantaggi della specializzazione e della concorrenza. Ma in parte si tratta di un timore non infondato. Rispetto alle due grandi onde di globalizzazione precedenti (ultimi decenni dell’Ottocento, trentennio 1945-1975), la globalizzazione degli ultimi 20-30 anni si caratterizza per alcune novità che potrebbero averne cambiato il segno, ridimensionando significativamente le ragioni dell’ottimismo ricardiano.

La prima novità è la liberalizzazione dei movimenti di capitale e la finanziarizzazione delle economie, che hanno reso molto più interdipendenti e instabili le maggiori economie del pianeta. La seconda novità è la diffusione di internet e più in generale dei mezzi di comunicazione e trasmissione dell’informazione. Ciò ha enormemente agevolato le pratiche commerciali più scorrette, la circolazione illegale di servizi e prodotti, la contraffazione di merci e marchi, la sottrazione di software ai legittimi proprietari e produttori, la violazione del diritto d’autore, la pirateria informatica. La terza novità, connessa alla diffusione dei telefonini, della tv satellitare e di internet, è l’esplosione dei flussi migratoriverso i Paesi avanzati, certo alimentati da dittature e guerre civili, ma sempre più spesso indotti dalla semplice constatazione del benessere occidentale, ed europeo in particolare.

La globalizzazione degli ultimi vent’anni, in altre parole, somiglia ben poco a quella delle grandi onde del passato. Resta vero che alcuni Paesi se ne avvantaggiano moltissimo, resta vero come pensava Ricardo – che essa fornisce un grande impulso alla produttività, ma a tutto ciò si aggiungono fenomeni e meccanismi sostanzialmente nuovi: la concorrenza sleale fra economie, l’enorme potere – e l’enorme potenziale di destabilizzazione – della finanza, l’afflusso disordinato di centinaia di migliaia di persone verso i Paesi ricchi.

Ecco perché anche i sostenitori più convinti dei benefici dell’apertura dei mercati e della libera circolazione dei beni, dei servizi, dei capitali, dei segni (immagini e testi via internet) cominciano a vacillare. Ecco, soprattutto, perché in questi lunghi anni di crisi, in cui la globalizzazione ha mostrato il suo lato inquietante, un po’ ovunque sono esplosi movimenti di tipo populista, che predicano l’isolamento e puntano sul rafforzamento degli Stati nazionali. Possiamo deprecarli quanto vogliamo, ma faremo meglio a renderci conto che, se attecchiscono, è soprattutto perché la globalizzazione non è più quella che aveva in mente Ricardo quando formulava la sua teoria dei vantaggi comparati.

sulla relazione annuale concernente le attività del Mediatore europeo nel 2017 (2018/2105(INI))

Invito a monitorare la relazione del Mediatore Europe relativamente al ruolo ed alle responsabilità  del tecnocrate ue Barroso assunto uno volta terminato il suo mandato dalla merchant bank Goldman Sachs per svolgere attività di lobby presso proprie ex direzioni europee .

 

 

Fai clic per accedere a 1158481IT.pdf

“considerando che il 25 ottobre 2017 si è svolto un incontro tra l’ex Presidente della
Commissione Barroso e uno degli attuali Vicepresidenti della Commissione, che è stato
registrato come un incontro ufficiale con Goldman Sachs; che il Mediatore ha rilevato
che l’esatta natura dell’incontro non era chiara; che il Mediatore ha sottolineato
l’esistenza di comprensibili preoccupazioni circa il fatto che l’ex Presidente utilizzi il
suo precedente status e i suoi contatti con gli ex colleghi per esercitare la propria
influenza e ottenere informazioni; che questo caso pone questioni sistematiche
sull’approccio generale della Commissione nella gestione di casi analoghi come pure sul
grado di indipendenza del comitato etico;

Ecco tutti gli Stati e le multinazionali che sottraggono con il “landgrab” terra ed acqua alle comunità ed in particolare all’Africa provocando una tra le cause degli odierni flussi migratori

AVVLandgrGGabb

A  Bari lo scorso aprile  nel Villaggio Contadino Coldiretti è stata presentata la pubblicazione «I padroni della Terra», curato da Focsiv, sul fenomeno del land grabbing. Oltre 2.200 i contratti di acquisto o affitto nel mondo analizzati nei dettagli.

Le terre coltivate e predate del pianeta sono come una superficie di campi coltivati grande otto volte il Portogallo. In questo secolo sono state acquistate o affittate nei Paesi del sud da investitori e sottratte alle comunità locali privandole dell’accesso a risorse indispensabili per lo sviluppo.Sia Terra che l’Acqua sottostante.

Le vittime del land grabbing sono così costrette a migrare verso le città o verso altri Stati tra cui l’Europa . Il quadro del fenomeno in estensione, che sottrae in nome del libero mercato cibo,acqua  e futuro a intere popolazioni, viene delineato dal rapporto della Focsiv ‘I padroni della terra’, presentato a Bari nel Villaggio Contadino di Coldiretti. Secondo lo studio, basato su dati raccolti da Land matrix, osservatorio globale della società civile che ha preso in esame accordi dal 2000 fino allo scorso marzo, i contratti di acquisto o affitto di terra nel mondo sono 2.231 per un’estensione di oltre 68 milioni di ettari.

A questi vanno sommati altri 209 in corso di negoziazione, per oltre 20 milioni di ettari. Cifre comunque sottostimate, ammette il rapporto. La maggior parte dei patti conclusi – oltre 1.500 – riguarda investimenti in agricoltura su 31 milioni di ettari. In seconda posizione gli investimenti nello sfruttamento delle foreste, poi per la realizzazione di zone industriali. Gli investimenti agricoli riguardano soprattutto colture alimentari (630 contratti per 19 milioni e 700 mila ettari) e produzione di biocarburanti (261 contratti per 9 milioni 740 mila ettari). «In America latina – afferma il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai – si è coniato un termine che sintetizza alcune di queste operazioni: estrattivismo.

Anche papa Francesco lo usa per indicare gli interventi di governi ed imprese che estraggono risorse strategiche per il mercato internazionale,

1 petrolio e in generale agli idrocarburi, specie vegetali ed animali,

2 nuovi metalli essenziali per la produzione di tecnologie

3 terra

4 acqua.

 

Un estrattivismo che impoverisce il territorio e le comunità, soprattutto quelle più vulnerabili non realmente rappresentate da governi postcoloniali non abbastanza indipendenti dalle nazioni di cui erano sotto il giogo che non riescono a difendere i propri diritti e che esclude i più deboli generando nuovi poveri e nuovi migranti ».

Tra i primi 10 investitori accanto a ricchi Stati del Nord come

1 Stati Uniti,

2 Gran Bretagna

3 Olanda,

Per Storia e Tradizione Potenze Imperialiste

 

ci sono le economie emergenti di

1 Cina,

2 India

3 Brasile,

colossi petroliferi come

1 Arabia Saudita,

2Emirati Arabi

3 Malesia,

paradisi fiscali come Singapore e Liechtenstein (territori a disposizioni delle multinazionali internazionali) la prima di origine  asiatica la seconda appannaggio di multinazionali  europee .

 

I primi 10 Paesi target, oggetto degli investimenti, sono soprattutto quelli impoveriti dell’Africa, come

1 Repubblica Democratica del Congo,

2 Sud Sudan,

3 Mozambico,

4 Congo Brazzaville

5 Liberia,

 

e in Asia sud orientale la Papua Nuova Guinea. La Focsiv denuncia inoltre come la corsa verso la terra avvenga con ‘una pressione verso il basso dei prezzi di acquisto o affitto delle terre’. Si sfruttano insomma economie strozzate dal crescente debito internazionale, in competizione tra loro per attrarre dall’estero valuta pregiata.  

È l’Africa ad attrarre da sempre la maggior parte degli investimenti, occupando quasi 30 milioni di ettari, di cui ben il 64% per colture non alimentari.

Quindi Multinazionali non africane dedicano il 64%delle produzioni per produzioni non alimentari mentre gran parte della popolazione soffre di scarsità alimentari.

Anche l’Italia con alcune grandi imprese agroindustriali ed energetiche ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 paesi.

La maggior parte si trovano in Romania e Africa (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal).

Sarebbe interessante verificare quanti Rumeni e cittadini del Gabon ,Liberia ,Etiopia o Senegal sono ora nella nostra nazione e quante percentuali di migranti potrebbero rientrare in accordi tra multinazionali italiani e paesi a cui viene concessa la terra con la necessità di ricollocare  i nuovi migranti.

 

Buona parte degli investimenti italiani riguardano la produzione di legname e fibre (circa 65%) e di biocarburanti .

 

Esiste una fascia di Paesi che il rapporto definisce ‘grigi’, contemporaneamente investitori e target. Come la Cina, che ha investito con 137 contratti per una superficie di 2 milioni e 900 mila ettari in oltre 30 paesi nel mondo, mentre è oggetto di 16 contratti di acquisizione e affitto per oltre 400 mila ettari. O l’India, oggetto di acquisizioni di terre con 13 contratti per 54 mila ettari ma, contemporaneamente, le sue imprese stanno investendo con 56 contratti per oltre 2 milioni di ettari in oltre 20 Stati.

Interessante il caso dei paradisi fiscali come Singapore, che ha ben 63 contratti per oltre 3 milioni di ettari in 27 paesi nel mondo, soprattutto in Africa centrale e Asia sudorientale. O come le Isole Mauritius, Bermuda, Isole Cayman da dove transitano flussi finanziari investiti anche in acquisti e affitti di terre nel mondo. Davanti alla predazione o nuova estrazione  di risorse strategiche nei Paesi poveri che colpisce i diritti fondamentali, la Focsiv ha deciso di attivarsi. «Negli ultimi anni – conclude Cattai – è cresciuta la voce delle conferenze episcopali latinoamericane, africane e asiatiche a fianco delle comunità locali per contrastare le operazioni di land grabbing. Con Cidse, alleanza delle Ong cattoliche internazionali, abbiamo deciso di appoggiarle».

La guerra economica ai tempi delle multinazionali

L’unico modo per difendere l’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione liberista,  del libero scambio e dell’propendere all’imperialismo delle grandi multinazionali (agiscono come uno stato )  è capire il funzionamento di una guerra economica.
Distruggere un paese nemico non è mai stato così semplice ed economico, nel vero senso del termine, come oggi, nell’epoca della globalizzazione  diretta sia  dalle organizzazioni internazionali e dalle grandi multinazionali euroamericane. Le guerre da sempre si combattono
per  interessi economici,
ancora prima che ideologici,
dal momento che la sopravvivenza di un paese dipende dalla quantità di risorse a disposizione o potenzialmente disponibili, per mezzo di accordi commerciali o espansioni imperialistiche, funzionali
1 alla produzione di energia,
2 di beni di consumo,
3 all’accumulazione di ricchezza
4 al consolidamento della potenza.
Lo dedusse Paul Kennedy in Ascesa e declino delle grandi potenze, analizzando le tappe dell’evoluzione storica delle principali potenze mondiali, che l’economia è la chiave di tutto:
della crescita,
dell’espansione,
e anche del declino e della caduta.

Recentemente è stato dato alle stampe Guerra economica: Stato e impresa nei nuovi scenari internazionali, di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis e autore prolifico di libri su guerra e strategia, un libro che ripercorre le origini e l’evoluzione della guerra economica, dall’essere un corollario della guerra totale ad uno strumento di penetrazione imperialistica indipendente, spesso abilmente nascosto dietro il paravento di accordi commerciali di libero scambio tesi a distribuire fra i contraenti dei dubbiosi e presunti benefici provenienti dalla specializzazione produttiva e dalle teorie sui vantaggi formulate da certe scuole del pensiero economico.

 

La fine della guerra fredda non ha comportato soltanto la caduta della divisione del mondo in blocchi, ma è stata anche affiancata da una transizione molto importante:

dalle lotte geopolitiche classiche miranti all’espansione degli Stati su nuovi spazi vitali, alle lotte geo-economiche fra Stati miranti al controllo dell’economia planetaria.

 

Gli Stati Uniti, forti della vittoria nella guerra fredda e di una posizione ancora oggi ineguagliata nello scacchiere mondiale, in quanto unica superpotenza esistente nei settori chiave delle relazioni internazionali

1economia,

2 progresso tecnologico nei campi civile e militare),

hanno compreso prima di ogni altro paese l’importanza che la sfera commerciale avrebbe rivestito nell’era degli interscambi che stava profilandosi all’orizzonte all’indomani della caduta del muro di Berlino. La guerra egemonica per la spartizione delle risorse del pianeta è caratterizzata da un elevato, e pericoloso, tasso di concorrenzialità fra le economie più sviluppate e le cosiddette potenze emergenti, in primis Repubblica Popolare Cinese, Russia : alcune risorse sono presenti ad un tasso finito ed il loro sfruttamento esclusivo, o comunque limitato a pochi attori – meglio se alleati, è garanzia del mantenimento del primato nelle produzioni e nei settori mercatistici che ne richiedono l’utilizzo.

Per quanto l’apertura di un’economia agli scambi internazionali possa risultare in accumulazione di ricchezza ed aumento di potenza, come insegnano i miracoli economici del Giappone e delle Tigri asiatiche, se adeguatamente regolamentata e piegata all’interesse nazionale, la scarsità di risorse o una condizione sfavorevole a livello di competizione internazionale, in un contesto di interdipendenza, globalizzazione e attacchi ai sistemi produttivi e ai mercati finanziari, rappresentano due elementi di una pericolosa vulnerabilità che è necessario sanare. L’insieme di questi eventi ha avuto riflessi sulla trasformazione degli Stati westfaliani, passati dall’essere dei produttori-regolatori focalizzati sull’investimento di risorse in difesa e sicurezza a dei

tutori delle grandi imprese nazionali,

a cui vengono devoluti sempre più aiuti per affrontare la pressione concorrenziale internazionale e per penetrare mercati strategici all’estero.

La guerra economica non ha solo finalità offensive, ossia l’accapparramento di materie prime strategiche, ma anche difensive, ossia la tutela dell’occupazione e della potenza industriale, perché l’assenza di risorse ed un sistema produttivo precario pesano gravemente sulle capacità di mantenimento dell’indipendenza economica all’interno di un ordine, che sia regionale o internazionale.

 

Ritornando alla lungimiranza degli Stati Uniti, Gagliano riporta titoli di nicchia, pressoché sconosciuti ai non addetti ai lavori, pubblicati da importanti analisti e politologi statunitensi nella prima metà degli anni ’90, come Head to Head di Lester Thurow, o A Cold Peace di Jeffrey Garten, mostrando come a Washington il cambio di paradigma del post-guerra fredda fosse già stato previsto e interpretato con largo anticipo rispetto al resto del mondo, comprendendo l’importanza di investire sugli accordi di libero scambio e sull’espansione nei mercati emergenti delle principali multinazionali per mantenere il proprio status egemonico senza la necessità di ricorrere alla forza.

Un buon esempio di guerra economica tacita sono gli accordi commerciali siglati dagli Stati Uniti con i principali paesi del vicinato latinoamericano, basati su una logica di produzione dei benefici asimmetrica secondo la quale l’accordo viene ritenuto fruttuoso e nell’interesse statunitense solo quando passibile di generare effetti positivi per Washington e penalizzanti per l’altro contraente.

Gagliano introduce anche il concetto di patriottismo economico in riferimento alle politiche di neoprotezionismo attuate in determinati settori dai paesi sviluppati, in particolar modo da Stati Uniti ed Unione Europea, ma il cui significato sembra stia caricandosi di valenze supplementari dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, avvenuto al grido di “America First!”.

La guerra fredda contro

1 Germania (con la ricerca di far implodere il progetto Euro-Europa)

2 Repubblica Popolare Cinese

i principali obiettivi di contenimento geoeconomico dell’agenda trumpista, si sta infatti combattendo soprattutto sul fronte commerciale attraverso l’innalzamento di barriere tariffarie dal valore di centinaia di miliardi di dollari per anno secondo una logica di

neo-nazionalismo economico.

Berlino e Pechino sono partner di Washington in numerosi campi, ma allo stesso tempo sono ritenuti dei rivali per via del loro incredibile potenziale umano, economico e militare, che se, sviluppato completamente, accelererebbe il declino dell’impero americano.

Restando sul tema Berlino-Washington, nel libro viene trattato in maniera approfondita il caso Volkswagen, meglio conosciuto come Dieselgate, costato all’impresa il pagamento di 4 miliardi e 300 milioni di dollari di ammenda al governo degli Stati Uniti. Lo scandalo è sicuramente partito da errori commessi in sede di impresa, ma il modo in cui è stato gestito e strumentalizzato già all’epoca spinse numerosi politologi ed analisti internazionali a sospettare che dietro il comportamento statunitense si nascondessero dei motivi “altri” alla semplice punizione della casa automobilistica, ossia un monito alla Germania. La globalizzazione economica ha trasformato la guerra e gli Stati, investendo di rinnovata importanza le multinazionali, la difesa dei mercati interni e la penetrazione di quelli esteri, dando il via ad una stagione di competizione imperialistica fra le principali potenze mondiali per la conquista di territori e risorse che non conosce limiti di spazio e regole.

In questo contesto di rinnovato bellicismo – spesso e volentieri difficile da cogliere anche per un occhio esperto perché nascosto sotto le mentite spoglie

1 di pacifici accordi di libero scambio miranti allo sviluppo e al progresso dei contraenti,

2 o perché espresso in forma di attacchi speculativi sui mercati finanziari attribuiti a investitori isolati e spregiudicati, in probabilmenti  operanti per conto terzi (Vedi conduzione speculativa di Soros in Europa ) – si rende utile quanto necessaria la lettura di opere illuminanti, partorite per aiutare a far luce sul caotico ordine internazionale sorto con la fine del secolo delle ideologie per tendere ad un :

 

neoliberismo globalizzante vs neonazionalismo economico