The Specter of the Giant Three – Mutual Funds

Si chiamano Vanguard, BlackRock e State Street Global Advisor, sono i 3 maggiori Mutual Funds del mondo. Sono noti anche come “Fondi comuni”, ovvero Fondi di investimento, gestiti da esperti professionisti, che raccolgono denaro “fresco” da una sterminata e variegata quantità di investitori e risparmiatori. Con questo “denaro fresco” acquistano titoli nelle diverse borse del pianeta e ridistribuiscono utili (quando va bene) a coloro i quali hanno loro affidato l’eccedenza del proprio capitale e/o i propri risparmi. Gli investitori possono essere di natura commerciale o istituzionale, ma anche semplici privati che accedono ai diversi piani di investimento riconducibili e controllati dai Big 3.

I 3 appaiono strettamente interconnessi l’uno con l’altro, grazie a incroci proprietari e legami molto riservati e personali tra i loro rappresentanti al vertice delle operazioni e dei rispettivi Boards.

In sostanza quando si parla di “capitalismo finanziario”, di “imperialismo neoliberista” o quando si evoca “la Finanza” tout court, quale bussola per orientare i destini della contemporaneità e del futuro, si parla di o meglio “si evocano” Loro senza menzionarli. Come ogni vero Potere sono già Tabù.

I 3 sono al centro di una vasta galassia di sigle, in cui compaiono altri importanti Mutual Funds e soggetti finanziari (tra cui: Fidelity, T-Rowe, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley). Le masse finanziarie da loro gestite agiscono come all’interno di un sistema gravitazionale, provocando attrazioni e repulsioni sull’intera costellazione bancaria e assicurativa. Grazie alle posizioni strategiche nei diversi azionariati, costituite dai loro imponenti investimenti, i Big 3 sono in grado di “condizionare” gli indirizzi di ogni area di attività: produzione, distribuzione di merci e servizi, trasporti, sanità, ricerca, etc.

Immaginate che, negli ultimi 12 anni, siano cresciuti a dismisura, in un sistema planetario, dinamico sì ma fondamentalmente equilibrato, 3 imponenti nuovi pianeti e abbiano assunto una posizione centrale nel sistema, determinando in tal modo nuovi equilibri e squilibri e nuove orbite di tutti i precedenti pianeti e satelliti che erano presenti nel sistema.

I 3 godono ovviamente di massimo rispetto, ma fanno veramente paura a tutti coloro i quali – giustamente – temono la verticalizzazione del Potere.

Già nel 2017, Jan Fichtner, Eelke M. Heemskerk e Javier Garcia, tre ricercatori dell’Università di Amsterdam, spiegavano che: “Dal 2008 si è verificato un massiccio spostamento dalle strategie di investimento attivo a quelle passive (vedi in seguito n.d.r.). Il settore dei fondi indicizzati passivi è dominato dalle “Big Three”. Abbiamo mappato in modo esaustivo la proprietà delle Big Three negli Stati Uniti e abbiamo scoperto che insieme costituiscono il maggiore azionista dell’88% delle 500 società presenti nell’indice S&P.”

Tradotto, vuol dire che i Big Three sono i maggiori azionisti in quasi il 90% delle società in cui la maggior parte delle persone investe. Per dare un’idea, nello S&P 500 si rinvengono sia vecchi giganti della Old Economy quali: ExxonMobil, General Electric, Coca-Cola, Johnson & Johnson, J.P. Morgan; sia tutti i nuovi giganti dell’Era Digitale: Alphabet-Google, Amazon, Facebook, Microsoft e Apple. Ciò vuol dire che la loro influenza è estesa anche ai maggiori veicoli di informazione e dell’e-commerce.

Sono constatazioni eccezionali. Se – come sembra – corrispondono alla realtà, la scena che appare contravviene a ogni precedente visione di libera concorrenza e descrive una posizione dominante che mai si era realizzata nella storia.

“Attraverso un’analisi delle registrazioni delle deleghe di voto – continuano i professori di Amsterdam – si può affermare che le Tre Grandi utilizzano strategie di voto coordinate e quindi perseguono obiettivi di corporate governance centralizzata. Generalmente votano con il management, tranne che alle (ri)elezioni dei direttori. Inoltre, le Tre Grandi possono esercitare un “potere occulto” attraverso due canali: in primo luogo, attraverso impegni privati con il management delle società investite; e in secondo luogo, perché i dirigenti delle società potrebbero essere inclini ad assecondare gli obiettivi delle Big Three.”

BlackRock ha recentemente sostenuto di non essere legalmente il “proprietario” delle azioni che detiene. “Siamo piuttosto i custodi del denaro a noi affidato dagli investitori”- affermano.

È un tecnicismo da interpretare: ciò che è innegabile è che i Big Three esercitano i diritti di voto associati a queste azioni. Pertanto, devono essere percepiti come proprietari di fatto dai dirigenti aziendali. È facile “essere inclini” quando la tua poltrona e la tua liquidazione milionaria dipende da chi “custodisce” il pacchetto azionario di controllo della società per cui lavori.

Fin quando l’indice accusatorio veniva puntato dagli europei – e nonostante le preoccupazioni della commissione antitrust della UE – la scena, in USA, veniva minimizzata e i rischi, ad essa connessi, sottovalutati. L’anno scorso però si sono svegliati l’Antitrust e il Dipartimento di Giustizia statunitensi. I veri motivi del nuovo stato di allerta sono ovviamente politici e riconducibili agli assetti di potere dentro e intorno alla Casa Bianca. Ufficialmente le autorità hanno mostrato preoccupazione perchè tra coloro i quali hanno messo sotto la lente d’ingrandimento i Big Three è comparsa la Harvard Law School. Dai loro prestigiosi scranni, Lucian Bebchulk e Scott Hirst, due accademici considerati tra i massimi esperti in corporate governance hanno prodotto uno studio allarmante che si intitola 

The Specter of Giant Three.

In sostanza, conti alla mano, si dimostra che da soli i 3 gestiscono 16 trilioni di dollari (nel 2019) e che in tal modo si trovano a controllare 4 azioni su 10 delle maggiori corporation USA.

Come spiegato da Vincenzo Beltrami su Startmagazine:

“Il paper di Harvard ha il merito di fotografare la crescita esponenziale che soprattutto BlackRock e Vanguard andranno a esercitare nei prossimi anni negli assetti finanziari ad oggi conosciuti, innescando un cambio di paradigma globale di cui già oggi è possibile prevedere gli effetti. Gli accademici di Harvard hanno calcolato che le masse gestite da questi giganti, con il relativo potere di rappresentanza che ne consegue, sono destinate a incrementarsi rispettivamente del 34% nei prossimi dieci anni e del 41% calcolando un arco temporale di un ventennio”.

Questi dati confermano che il patrimonio totale gestito da Big 3 ammonta a 16 trilioni nel 2019. Ora la domanda è: se la cassa è pari a 4 volte il PIL tedesco o, se volete, a 8 volte il debito pubblico italiano… qual è la visione del futuro di Chi la gestisce?

Ma soprattutto, tornando alle proiezioni degli accademici di Harvard, se si superano i 20 trilioni nel 2030 e si vola verso i 30 trilioni nel 2040, allora la cassa sarà pari a metà del PIL dell’intero pianeta Terra.

Come è possibile che, sommando tutti gli addetti dei 3 Big, pari a 35.000 persone, si possa gestire una simile massa finanziaria che è equivalente a quella prodotta da metà della popolazione, ovvero 3,5 miliardi di umani? Sta succedendo qualcosa di grave. Hanno ragione le antitrust dunque (ma sono in grado di intervenire?). Se c’è, dov’è il trucco?

Una prima risposta “tecnica” ce la fornisce Enrico Marro dalle colonne de Il Sole 24 Ore: “Va chiarito che il principale driver della crescita è rappresentato dalla gestione passiva: ovvero dagli ETF, destinati a toccare i 25mila miliardi di dollari di masse gestite entro i prossimi sette anni secondo le stime di Jim Ross, presidente di State Street”.

Gli ETF, ovvero gli Exchange-Traded Fund, sono un tipo di fondi d’investimento appartenenti agli ETP (Exchange Traded Products), ovvero alla macro famiglia di prodotti a indice quotati, aventi il fine di replicare un indice di riferimento (benchmark) con interventi minimi. Diversamente dai fondi comuni d’investimento e dalle SICAV, hanno gestione passiva, sono svincolati dall’abilità del gestore e sono quotati in borsa con le stesse modalità di azioni ed obbligazioni. Gestione passiva significa che il loro rendimento è legato alla quotazione di un indice borsistico (che può essere azionario, per materie prime, obbligazionario, monetario etc.) e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo. L’opera del gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di riferimento (che può variare per acquisizioni societarie, fallimenti, crolli delle quotazioni ecc.), nonché correggerne il valore in caso di scostamenti tra la quotazione del fondo e quella dell’indice di riferimento, che sono ammessi nell’ordine di pochi punti percentuali (1% o 2%).

La “gestione passiva” rende tali fondi molto economici, con spese di gestione solitamente inferiori al punto percentuale, e quindi competitivi nei confronti dei fondi attivi. La loro diversificazione grande o enorme, unita alla negoziazione borsistica, li rende competitivi nei confronti dell’investimento in singole azioni. Et voilà !

Sono nati negli Stati Uniti nel 1993, negoziati nell’AMEX per riprodurre l’andamento dell’indice Standard & Poor 500; (in Italia sono stati quotati a partire dal 2002).

Gli ETF si possono definire anche “cloni finanziarii” perchè imitano fedelmente l’andamento di un determinato indice.

Continua Enrico Marro: “Ormai esistono “cloni” di ogni tipo, da quelli legati alle quote rosa a quelli che seguono la Bibbia, da quelli che investono ascoltando Twitter a quelli guidati dalle intelligenze artificiali o che puntano sulla marijuana terapeutica. Senza contare gli ETF che seguono sofisticate strategie “smart beta”, più o meno controcorrenti, talvolta stravaganti. Manca solo un “clone” sul Bitcoin, bloccato sul nascere dalle autorità di regolamentazione statunitensi per ovvi motivi di stabilità finanziaria e di buonsenso”.

Vorrei aggiungere a questa spiegazione tecnica alcune considerazioni di macro politica finanziaria. Prima del boom delle borse, e in dettaglio prima dell’avvio di Nasdaq, che ha sostituito la compravendita “umana” con la compravendita digitale gestita da algoritmi, il Valore di Scambio (capitalizzazione finanziaria) era fortemente correlato con il Valore d’Uso (prodotto dall’economia reale).

Semplificando si può dire che la ricchezza materiale (il PIL) aveva un suo contrappasso ragionevole nella ricchezza trattata nelle borse.

Con l’avvento di Nasdaq e la prima collocazione in borsa delle società “all digital” la finanza inizia un percorso di virtualizzazione numerica, favorito dagli scambi digitali che avvengono in uno spazio tempo in cui la velocità e i volumi tendono a infinito mentre i tempi d’accesso e di scambio tendono a zero.

In questa nuova “dimensione numerica-finanziaria” la produzione di valore di scambio viene esaltata e cresce esponenzialmente il suo volume “slegandosi” dal contrappasso materico (l’economia reale).

Ciò ha consentito agli speculatori di accedere alla produzione e gestione di masse finanziarie sterminate, che vengono create in continuazione semplicemente grazie alla moltiplicazione degli “scambi” e non hanno a che vedere con l’economia materica reale. Tant’è che è noto ormai che per ogni dollaro o euro corrispondente a valore d’uso (economia reale) esiste in circolazione nelle borse (secondo il FMI ) un valore equivalente un po’ maggiore. Così ce la racconta l’FMI. Secondo altre fonti però il valore della capitalizzazione nelle borse sarebbe da 4 a 8 volte superiore a quello del PIL planetario.

Ecco un’altra spiegazione – abbastanza sconcertante – del perchè 35.000 addetti gestiscono un valore equivalente a quello che viene prodotto da 3,5 miliardi di umani.

Vediamo ora la scena dal punto di vista delle norme.

Nel 1933 in USA il Banking Act venne inserito all’interno della più ampia legge Glass-Steagall Act. Era la risposta alla crisi finanziaria del 1929, mirata a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. Tra le misure si prevedeva l’introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. In base alla legge, le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario, realizzandosi così la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Si impediva, di fatto, che l’economia reale fosse direttamente esposta all’influenza della finanza. A causa della sua successiva abrogazione nel 1999, nella crisi del 2007 è accaduto invece proprio il contrario: l’insolvenza nel mercato dei mutui subprime, iniziata nel 2006, ha scatenato una crisi di liquidità che si è trasmessa immediatamente all’attività bancaria tradizionale, perchè quest’ultima era in commistione con l’attività di investimento.

Tra gli effetti dell’abrogazione si è permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, consentono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale sia l’attività assicurativa e di investment banking. Dopo la nuova Grande recessione del 2008, durante la presidenza Obama, si tentò di ripristinare almeno parzialmente la Glass Steagall con il Dodd-Frank Act. In realtà la porta si era aperta e i buoi erano già tutti scappati. Oggi alcuni osservatori ritengono che la marcia trionfale dei Mutual Funds è stata resa possibile proprio dall’abrogazione del Glass-Steagall Act.

E infatti l’entità del cambiamento è sorprendente: dal 2007 al 2016, i fondi gestiti attivamente hanno registrato deflussi per circa 1.200 miliardi di dollari USA, mentre i fondi indicizzati hanno avuto afflussi di oltre 1.400 miliardi di dollari USA.

Giungiamo ora a delle considerazioni-conclusioni di ordine storico filosofico che riguardano il comportamento collettivo della specie umana.

A seguito delle Grandi Rivoluzioni si era diffusa l’idea di uguaglianza e i Diritti, in alcune stagioni, apparivano migliori degli Interessi. Ciò rimandava all’idea di distribuzione della ricchezza, da perseguire grazie alla contrattazione tra Forza Lavoro e Capitale.

Era un’azione che si conclamava con l’ipotesi che i mezzi di produzione dovessero appartenere a chi produceva di fatto la ricchezza e non ai Padroni del Capitale.

Le Elites hanno imposto un neoliberismo che si fonda non più e non solo sull’egemonia derivante da accumulo di plusvalore ricavato dalla produzione di merci, ma su una serie di nuove fonti di reddito, tra le quali brilla – come descritto – la produzione incontrollata di valore di scambio nelle borse.

Ebbene, è qui che si è posta la scelta da parte della popolazione mondiale negli ultimi 30 anni: è meglio lottare per possedere i mezzi e le infrastrutture di produzione o è meglio tentare di partecipare agli utili che il sistema neoliberista produce in borsa?

Visto lo scarto svantaggioso tra i volumi dell’economia reale e quelli della finanza-numerica; viste le aliquote di tassazione rispettive che favoriscono la finanza; unitamente alla propaganda politica, alla seduzione della pubblicità e all’induzione di stili di vita favorevoli al liberismo individualista, la scelta si sta sempre più orientando verso la seconda opzione.

Un dato eloquente: secondo un’analisi di Morningstar riportata dal Financial Times, BlackRock e Vanguard nel 2018 hanno raccolto da soli il 57% di quanto affluito globalmente nel variegato panorama dei fondi comuni.

Il peso di BlackRock nella riforma di Macron ed in Atlantia

Il colosso Usa non vuole più investire in imprese che non siano “green”. Ma come socio di Benetton in Atlantia non pare molto interessato a manutenzioni di ponti e autostrade

Una doppia mezza pagina di Le Monde diplomatique di gennaio 2020 illustra con un tono un po’ preoccupato, un po’ scanzonato, il caso di un grande gruppo finanziario, forse il più grande esistente al mondo, un agglomerato che controlla seimila miliardi di dollari, dal nome fatidico di BlackRock. (Sylvain Leder, “BlackRock, la finance chevet de retraités Français”).

Per dare un ordine di grandezza, il fatturato delle prime 500 imprese del globo, analizzate da Fortune, è di trentatremila miliardi di dollari e i profitti superano di poco i duemila miliardi. Nella sezione del diplo dedicata alla trasformazione del molto contrastato sistema pensionistico francese, e che attribuisce un non trascurabile peso ai suggerimenti – o alla moral suasion – del grande gruppo mondiale sulla governance transalpina, si indica tra l’altro chi sia il massimo dirigente e fondatore, Mister Fink, si descrivono i suoi artifici, si allude ai rapporti con l’alta finanza francese e la Borsa connessa, si insinua che vi siano vaste entrature nell’ambiente altrimenti protetto dell’Eliseo, dimora proverbiale dei maggiori poteri del Paese fratello. 

Comprensibile che anche per la povera, disastrata, Italia si voglia conoscere l’eventuale interesse della grandissima e superarmata finanza mondiale, nella sua massima rappresentanza “blackrockiana”. Nell’opaco periodo attraversato da Poveritalia, l’arrivo di capitali stranieri è benvenuto. Nessuno chiede il perché e il percome. Il capofila della finanza mondiale ci stima, ci compra, non ha timore di noi, dei nostri numeri, del nostro spread. Cosa volere di più?  Tra l’altro agisce anche in uno degli irrisolti casi italiani, quello delle autostrade. Perché andare per il sottile? Se si facesse qualche controllo, qualche resistenza, avvertono i competenti, l’acquisto azionario sarebbe dirottato altrove e l’italico spread crescerebbe a dismisura.

Il gruppo sullodato figura, in Atlantia, con un 5% variabile come secondo azionista a fianco del clan Benetton, titolare del 30%. Il gruppo Benetton si può descrivere, immaginosamente, come un palazzo con molti piani. BlackRock con Atlantia, sta a un piano di prestigio, mentre un piano sotto, quello della società operativa Autostrade c’è un altro socio-inquilino importante, l’assicuratore tedesco Allianz. Questi sta elevando vibrate proteste contro la legge italiana delle mille proroghe che danneggia il valore azionario del suo investimento in Autostrade. Non si tratta qui di una discussione sul funzionamento più o meno regolamentato dell’ascensore condominiale, come sono indotti a far credere quelli di Allianz. Essi ritengono che le persone normali debbano portare massima venerazione agli emblemi della finanza, tanto generale che locale, come avrebbe dovuto fare Guglielmo Tell davanti al cappello dell’imperatore.

Il mondo non va così, non va ancora così. BlackRock ha la presenza azionaria di altri 5% variabili in svariate grandi imprese italiane. Tra queste, Banca Intesa, Unicredit, Prysmian, Moncler, Enel;  e poi ancora Azimut (6,5%) e Fineco (8,8%). Non siamo affatto sicuri che non vi sia dell’altro, ignoto anche alla Consob cui abbiamo affidato il controllo sulle società e la Borsa.

Solo Mediobanca, ai buoni vecchi tempi, aveva simili cifre d’investimento, ma il governo, i partiti, la Chiesa, la Fiat, le grandi imprese italiane, le partecipazioni statali, le grandi famiglie, quei Capitani Coraggiosi che uno dopo l’altro si presenteranno sul palcoscenico, tutti insieme, insomma, gli iscritti al club dei Pezzi Grossi (allora si parlava anche, borghesemente, di salotto buono) pensavano che Mediobanca fosse uno snodo del potere nazionale, della sua sistemazione autorevole e accurata, del buon patto generale, non scritto nero su bianco ma accettato da tutti. (Anche se poi, molto dopo, arrivati a metà gli anni ‘80, si seppe che il patto pubblico-privato c’era, ma ben pochi ne erano a conoscenza). Per questo ognuno dei potenti, di nascosto agli altri, cercava di contare di più in ViaFilodrammatici il nome giornalistico, per competenti, della Banca d’affari e quindi teneva celati i propri contatti, convinto di essere molto avvantaggiato da quell’eventuale rapporto coperto. 

Forse è prematuro ritenere che BlackRock abbia preso il posto tenuto per molti decenni da Enrico Cuccia, fatidico capo di Mediobanca e dai suoi, ma è certo che i consigli di Mediobanca, per pessimi che fossero, non erano quelli di spremere le imprese partecipate per fare soprattutto soldi. Il disegno era più ampio (e complicato) e i poteri prima elencati pensavano – ciascuno per conto suo – di esserne al corrente. 

BlackRock non è certo l’unica causa del modello ‘valoriale’ cresciuto da qualche anno nel Sistema Italia e divenuto ormai prevalente. Certo che la sua forza di persuasione è molto efficace. Il dividendo, prima di tutto è alto, che faccia invidia a coloro che non capiscono e vorrebbero investire in macchinari e crescere e assumere. Per fare dividendi, però, occorrono profitti, e quindi rilevanti tagli nelle altre voci di bilancio. Atlantia – e non solo essa – può andare avanti benissimo riducendo al minimo le manutenzioni, una spesa inutile che, come si sa bene, è fatta contro ogni prospettiva di valore sensata, non dà profitto e riduce a fine anno il dividendo. La connessione  sfruttamento-licenziamenti è un po’ più complessa, ma si possono ben sfruttare i lavoratori che agiscono fuori e a bassa paga e incassare dividendi dentro altrove.

Le ultime dichiarazioni di Mister Fink, riportate anche sulle Alpi svizzere di Davos e diffuse da un autorevole organo del gruppo finanziario mediatico Gedi, la Repubblica, lasciano pensare a un giro di walzer di BlackRock nel settore ambientale.

In primo luogo, la promessa – o la minaccia – di evitare nel futuro le iniziative finanziarie caratterizzate da eccessivi impegni fossili. Questo primo luogo rallegra molto gli industriali travestiti in verde, o grigio verde, verrebbe da dire, come gli antichi fanti italiani. Il secondo punto è assai più serio: la compagnia finanziaria americana informa che voterà contro gli amministratori delegati e i presidenti delle imprese che non terranno conto dei loro desiderata, ambientali e non, naturalmente. Amministratori delegati e presidenti, è ovvio, non possono permettersi di essere contraddetti dalla finanza mondiale. 

C’è poi il caso francese, indicato dall’articolo del diplo dal quale siamo partiti. BlackRock intende partecipare, da dietro le quinte, per ora, alle contese politiche e sociali nei Paesi nei quali investe e dirige gli investimenti dei suoi clienti, risparmiatori, piccoli e grandi che siano.

Eco Health Alliance gia dal 2018 studiava il virus pipistrello

riporto una notizia legata alla EcoHealth Alliance che aveva scoperto un nuovo virus di origine pipistrello che infettava allevamenti di Maiale ,questo per dimostrare la falsità delle comunicazione mainstream che ci dava a credere che proveniva casualmente dal Mercato di Wuhan dove si era sviluppato.

4 APRILE 2018
EcoHealth Alliance annuncia la scoperta di un nuovo virus di origine pipistrello che colpisce gli allevamenti di suini nel sud della Cina
NEW YORK – 4 aprile 2018 – EcoHealth Alliance, un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora all’incrocio tra salute animale, ambientale e umana su scala globale, ha annunciato di aver scoperto, in collaborazione con partner locali, un nuovo coronavirus in Cina chiamato Swine Sindrome da diarrea acuta (SADS-CoV). Il virus ha, finora, causato la morte di 24.693 suinetti tra il 2016 e il 2017 in diversi allevamenti nella provincia meridionale cinese del Guangdong, dove la SARS pandemica umana è emersa nel 2002.

Pubblicata oggi dalla rivista Nature, la scoperta del virus risolve il mistero della moria di suini in massa in quattro allevamenti nella provincia del Guangdong. Particolarmente dannoso per i suiniisuini SADS-Cov.

“Questa è una scoperta davvero inaspettata: un virus nuovo di zecca dagli stessi pipistrelli che ospitano virus simili alla SARS, ma questa volta causa una grave epidemia negli allevamenti di suini”, ha detto il dottor Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance e coautore dell’articolo. . “Questo lavoro evidenzia il valore di recarsi in punti critici di malattie emergenti e di sorvegliare la fauna selvatica alla ricerca di nuovi virus in modo da poterli fermare quando emergono, o anche prima. È una delle principali storie di successo per il progetto USAID EPT / PREDICT .

Quindi questi studi sono alla base dello sviluppo di quello che poi e’ stato rilasciato ,proprio dal Laboratorio della Eco Health Alliance.

Laboratorio di Wuhan finanziato da BlackRock

Il giornalista autore di una pubblicazione sulla pandemia ci spiega tutti i collegamenti che uniscono il fondo Molock Black Rock con il laboratorio di Wuhan ,gli ingenti finanziamenti ricevuti a partire dal 2015 da amministrazione Obama ,affidata ad un centro di ricerca la Eco Health Alliance.

Laboratorio costruito ed inaugurato dai Francesi che riceveva da 2015 periodiche visite dei ricercatori della Eco Health Alliance.

Il fondo Black Rock e inoltre azionista delle aziende produttrici di mascherine.

Bisogna regolamentare questa entità che si muove come Deep state in diverse parti del mondo per fini prettamente utilitaristici in primis in Europa la privatizzazione del settore pensionistico .

Black Rock Insider Trading Francia

c’è la possibilità che dietro il programma di riforma pensionistica voluta dall’Eliseo ci siano le volontà del colosso privato americano BlackRock, specializzato nelle gestione di fondi pensionistici. La società, che gestisce i risparmi non solo delle casse private mondiali ma anche delle casse previdenziali pubbliche, è guidata, nella sua branca francese, dalla figura di Jean-Francois Cirelli, nome noto alla politica parigina. Già alto consigliere sotto la presidenza Chirac, le sue proposte furono fondamentali per la riforma pensionistica francese del 2003 e la sua figura è stata di conseguenza legata anche all’attuale riforma fortemente voluta da Emmanuel Macron e dall’esecutivo di Edouard Philippe. Nonostante non sembrino esserci legami personali, il suo nome potrebbe essere stato proposto ai funzionari francesi, anche in virtù delle precedenti collaborazioni: gettando l’ombra di un interesse privato dietro alla manovra previdenziale della Francia.

Cirelli si dice estraneo

Nonostante le sue posizioni siano vicine a quelle della proposta di legge sulle pensioni, il presidente della branca francese di BlackRock ha ribadito più volte la sua estraneità alla vicenda. Tuttavia, le sue parole sono state ritenute dagli osservatori francesi poco attendibili, considerando anche il peso della sua posizione nel panorama economico della Francia. Come mai, però, l’Eliseo si sarebbe fatto influenzare dalla società americana sulle questioni relative alla previdenza sociale?

La società americana è uno dei più grandi investitori francesi, detenendo quote rilevanti di 18 delle 40 società del CAC40, l’indice azionario per eccellenza di Parigi. Oltre alle questioni legate alla forza capitale, BlackRock possiede uno tra i personali più preparati sulle questioni macroeconomiche: al punto che il Ceo della branca americana venne assoldato da Barack Obama per analizzare la crisi finanziaria del 2008 successiva a quella dei mutui subprime del 2007.

La possibile pedina di scambio

Con la contrazione delle produzioni del 2019, gli investimenti nei mercati europei non si sono rivelati profittevoli come quelli attuati nelle borse asiatiche o negli indici americani (soprattutto nel tecnologico Nasdaq). Ragion per cui una larga parte delle grosse cordate d’investimento hanno preferito spostare i propri interessi altrove: soluzione che avrebbe potuto attuare anche BlackRock. La Francia ha in deposito un valore di 200 miliardi di euro nelle casse della società di investimenti (come riportato sempre da Le Monde), ma una guerra commerciale tra lo Stato europeo e il colosso americano danneggerebbe principalmente l’economia di Parigi. Infatti, il patrimonio francese non è che una goccia nei quasi 7mila miliardi di dollari che gestisce ogni anno il fondo d’investimento; motivo per cui la Francia ha ceduto e si è impegnata ad aumentare a 300 miliardi di euro i depositi presso la società americana. In cambio, la società di investimenti è rimasta prepotentemente nel mercato azionario di Parigi, nonostante le minori aspettative di guadagno future.

Per poter tenere fede ai patti, Parigi ha però bisogno di incrementare il proprio gettito dall’apparato previdenziale e, per farlo, una riforma delle pensioni era e rimane l’unica strada percorribile. In questo scenario, poco importa se il 5 gennaio si è segnato il traguardo di un mese dall’inizio delle proteste: la riforma deve essere portata a casa, costi quel che costi, per il bene del mercato francese. Ennesima conferma di come la finanza globale controlli il mondo della politica e di come la Francia, sebbene non rientri nei Paesi a rischio, possieda ben più di un problema a livello di stabilità macroeconomica.


Black Rock Insider Trading – Germania

In un recente articolo abbiamo discusso la capacità di penetrazione del fondo BlackRock in tutte le banche centrali del mondo.

La posizione dominante globale di questo fondo non si limita pero’ al solo settore finanziario, ma si estende in tutti gli ambiti dell’establishment dei Paesi sviluppati.

La migliore dimostrazione di cio’ è il successo con cui BlackRock ha guidato il passaggio in mani straniere di tutte le maggiori realtà produttive della Germania, fino a conquistare, negli ultimissimi giorni, la guida della CDU, ossia del partito che negli anni ha realizzato sul piano politico questa enorme spoliazione.

Ma procediamo con ordine…

Secondo la ricerca condotta l’anno scorso dal magazine Handesblatt , gli investitori stranieri (per la maggioranza americani) posseggono ormai in media il 53% delle società quotate al Dax, la borsa tedesca, anche se in alcune aziende famose, come Bayer, Adidas e Deutsche Börse, le quote straniere arrivano al 70%.

Il regista di queste acquisizioni è stato Friedrich Merz (foto), dal 2016 Presidente delle attività di BlackRock in Germania e membro del Parlamento tedesco fin dagli anni ’90 nelle fila del CDU, il partito della Merkel.

Lo stesso Friedrich Merz che la Merkel, nel suo clamoroso addio alla politica, ha indicato ieri come suo successore alla guida della CDU.

Nel corso di questa penetrazione americana nei mercati tedeschi, Merz ha sapientemente inserito BlackRock dappertutto, realizzando una presenza media del fondo tra il 5% e il 10% in tutte le società del Dax, nessuna esclusa.

Chi lamenta una eccessiva presenza straniera nelle realtà produttive italiane dovrebbe tenere presente questo dato.

Per motivi che ignoro, l’Italia ha certamente permesso una analoga penetrazione straniera, limitando pero’ la componente americana, soprattutto nel settore bancario.

Se dunque l’Italia puo’ considerarsi una enorme “portaerei privata” americana, per lo straordinario numero di basi militari NATO sul suo territorio, l’avamposto americano in Europa dal punto di vista economico è invece la Germania.

E il passaggio di consegne tra la Merkel e Herr Merz alla guida della CDU segna un salto di qualità in questo processo di penetrazione americana nell’economia tedesca.

Conclusa la lunga fase di acquisizione delle realtà produttive, ora l’America, con la mediazione di BlackRock nelle vesti del suo rappresentate alla CDU, potrà influenzare direttamente le scelte politiche tedesche, in uno scenario parlamentare decisamente piu’ malleabile di quello italiano, grazie alla crescita dell’inoffensivo partito cuscinetto dei verdi a discapito di altri partiti decisamente piu’ “problematici”.

Cosa implica tutto questo, dal punto di vista delle scelte di investimento a lungo termine?

Come già affermato nel nostro articolo precedente, fatta salva l’avversione personale che ciascuno di noi puo’ avere nei confronti di queste manovre politico-finanziarie, oggettivamente parlando i fondi della BlackRock si dimostrano ancora una volta asset irrinunciabili per qualsiasi portafoglio a lungo termine.

La posizione dominante di BlackRock non ha paragoni con quella di qualsiasi altra realtà finanziaria, perché oltrepassa i confini della politica e della diplomazia internazionale, permettendo ai gestori dei suoi fondi di fare un vero e proprio “insider trading” di immense proporzioni su tutti i settori economici di tutti i Paesi che contano.

E quale investitore rinuncerebbe alla possibilità di fare insider trading legalmente?

BlackRock e Neoliberismo.

BlackRock è un gigante finanziario globale con clienti in 100 paesi e i propri tentacoli in importanti assi patrimoniali in tutto il mondo; e adesso gestisce i rubinetti per trilioni di dollari di bailout della Federal Reserve. Il destino di gran parte delle grosse aziende del paese è stato posto in mano a un’entità privata megalitica con il mandato capitalista privato di fare quanto più soldi possibile per i suoi proprietari e investitori; ed è appunto quel che ha iniziato a fare.

Per gran parte della gente, sempre che ne sappiano qualcosa, BlackRock è un gestore patrimoniale che assiste i fondi pensione e i pensionati a gestire i loro risparmi mediante” investimenti “passivi” che seguono il mercato mobiliare. Ma, lavorando dietro le quinte, è ben più che quello. BlackRock è stata definita “la più potente istituzione del sistema finanziario”, “la più potente azienda al mondo” e il “potere segreto”. È il massimo gestore patrimoniale e “banca ombra” al mondo, maggiore della maggior banca al mondo (che è in Cina), con oltre 7 trilioni di dollari in titoli in gestione diretta e altri 20 trilioni $ mediante il proprio software di monitoraggio rischi Aladdin. Benché detta pure “la quarta branca del governo” e “quasi un governo ombra”, non appartiene in realtà in minima parte al governo. Nonostante le sue dimensioni e l suo potere, BlackRock non è neppure regolamentata come “Istituzione Finanziaria d’Importanza Sistemica” ai sensi della legge Dodd-Frank, grazie alle pressioni del suo AD Larry Fink, con antichi rapporti “intimi” con funzionari governativi.

L’importanza strategica e il peso politico di BlackRock si sono resi evidenti allorché quattro suoi dirigenti guidati dall’ex-capo della Banca Nazionale Svizzera Philipp Hildebrand, presentarono una proposta all’incontro annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole, nel Wyoming, nell’agosto 2019 per un reset economico messo in atto effettivamente nel marzo 2020. Riconoscendo che i banchieri centrali stavano esaurendo le proprie munizioni per controllare le riserve monetarie e l’economia, il gruppo BlackRock sostenne che era ora che i banchieri centrali abbandonassero la loro celebrata indipendenza e si dessero alla politica monetaria (terreno solito per una banca centrale) con una politica fiscale (terreno solito per i legislatori), proponendo che la banca centrale mantenga una “Struttura Fiscale Permanente d’Emergenza” che venga attivata quando non funzioni più la manipolazione del tasso d’interesse per evitare la deflazione. Tale struttura verrebbe dispiegata da un “esperto indipendente” nominato dalla banca centrale.

La crisi COVID-19 presentava la perfetta opportunità di attuare questa proposta negli Stati Uniti, con la stessa BlackRock nominata ad amministrarla. Nel marzo 2020 le venne conferito un contratto senza gara ai sensi della legge CARES (per il Soccorso dal Coronavirus e la Sicurezza Economica) per disporre di un fondo nero [slush fund] di 454 miliardi di $ istituito dal Tesoro [USA] in società con la Federal Reserve. Tale fondo a sua volta poteva essere attivato per fornire oltre 4 trilioni di $ in credito della Federal Reserve. Mentre il pubblico era distratto da proteste, sommosse e lockdown, BlackRock emerse d’improvviso dall’ombra per diventare la “quarta branca del potere istituzionale”, gestendo i comandi per il denaro a corso forzoso e a stampa all’uopo della banca centrale. Come è avvenuto e quali sono le implicazioni?

Sorta dall’ombra

BlackRock fu fondata nel 1988 in società con il Blackstone Group, una ditta privata multinazionale di gestione titoli che sarebbe diventata famigerata dopo la crisi bancaria del 2008-09 per l’arraffamento di case ipotecate a prezzi fallimentari e il loro affitto a prezzi inflazionati. BlackRock aveva dapprima ingrossato il proprio bilancio negli anni 1990 e 2000 promuovendo i titoli garantiti da ipoteca (MBS) che portarono in rovina l’economia nel 2008. Conoscendo da dentro l’affare MBS, venne poi incaricata dei servizi “Maiden Lane” della Federal Reserve, definiti “veicoli a scopo speciale” (SPV), utilizzati per comprare titoli ‘tossici” (MBS perlopiù non commerciabili) da Bear Stearns e dall’American Insurance Group (AIG), ciò che alla Fed stessa non era legalmente permesso.

BlackRock fece davvero fortuna tuttavia negli ETF – “fondi trattati in scambio”. Guadagnò trilioni in titoli investibili dopo l’acquisizione di ETF della serie iShares rilevandoli da Barclays Global Investors nel 2009. Per il 2020, tale serie dallo sfrenato sucesso comprendeva oltre 800 fondi e 1.900 miliardi di $ in gestione.

Gli ETF si comprano e vendono come azioni ma operano come fondi passivamente a rimorchio di indici specifici come lo S&P 500, riferimento valutativo delle massime aziende americane, in cui investe gran parte della gente. Oggi il settore in rapida crescita degli ETF controlla quasi metà di tutti gli investimenti in titoli USA ed è molto concentrato, dominato da tre soli giganteschi gestori americani – BlackRock, Vanguard e State Street, i “Tre Grossi” – con BlackRock netto leader globale. Per il 2017, i Tre Grossi insieme erano diventati il massimo azionista in quasi 90% delle aziende S&P 500, comprese Apple, Microsoft, ExxonMobil, General Electric e Coca-Cola. BlackRock possiede inoltre grosse interessenze in quasi ogni mega-banca e nei maggiori media.

Nel marzo 2020, in base alla proprie perizia con i servizi Maiden Lane e al proprio sofisticato software di monitoraggio rischi Aladdin, BlackRock ha avuto l’incarico di dispensare fondi Federal Reserve mediante undici “veicoli a scopo speciale” (SPV) autorizzati ai sensi della legge CARES, i quali come i servizi Maiden Lane sono stati disegnati per permettere allaFed, legalmente limitata all’acquisto di titoli sicuri con garanzia federale, di finanzare l’acquisto di titoli più rischiosi sul mercato.

Blackrock si autosalva

Il lockdown nazionale ha lasciato stati, città ed aziende locali nel bisogno disperato di aiuto pubblico (governativo) federale. Ma secondo David Dayen in The American Prospect, al 30 maggio (ultimo rapporto mensile Fed), i soli acquisti fatti nell’ambito degli SPV Fed neoamministrati da BlackRock erano ETF, prevalentemente posseduti da BlackRock stessa. Fta il 14 e il 20 maggio sono stati comprati circa 1,58 miliardi di $ in ETF mediante SMCCF (servizio di credito aziendale su mercato secondario), di cui 746 mln$, ossia 47%, proveniente da ETF BlackRock. La Fed ha continuato a comprare altri ETF dopo il 20 maggio, con gli investitori in fila compatta dietro, il che è risultato in enormi afflussi di obbligazioni ETF aziendali di BlackRock.

Questi ETF necessitavano effettivamente di un bailout (salvataggio); e BlackRock ha utilizato la sua favorevolissima posizione nei confronti del governo per procurarsene uno. I complicati meccanismi e rischi con gli ETF vengono spiegati in un articolo del 3 aprile dal professore di diritto commerciale Ryan Clements, che comincia così:

I Fondi trattati in Scambio (ETF) sono al cuore della crisi finanziaria da COVID-19Oltre 40% del volume di scambi della svendita di metà marzo era in ETF …. che si scambiavano ben al di sotto del valore delle proprie obbligazioni corrispondenti, in caduta verticale. Alcuni stavano fallendo del tutto. Il problema era qualcosa ammonite da tempo dai critici: mentre gli ETF sono molto liquidi, scambiati a richiesta come titoli comuni, i titoli soggiacenti che costituiscono il loro portafoglio non lo sono. Quando il mercato cala e gli investitori fuggono, gli ETF possono avere serie difficoltà a produrre i fondi corrispondenti senza un sostanzioso sconto; quanto appunto stave avvenendo a marzo.   Secondo un articolo del 3 maggio su The National, “Il settore è stato da ultimo salvato dalla promessa della US Federal Reserve del 23 marzo di comprare credito degno d’invetimento e certi ETF, il che fornì la liquidità necessaria a salvare obbligazioni che stavano dibattendosi in un mercato senza acquirenti”.

Il prof. Clements dichiara che se non fosse intervenuta la Fed, avrebbe potuto materializzarsi “un ‘circolo apocalittico’ in cui la persistente pressione di vendita sul mercato ETF avrebbe aggravato una svendita delle obbligazioni soggiacenti, e poi vice-versa, in un accumulo prociclico con conseguenze devastanti”.   Osserva inoltre: Ha luogo una forma irrisolta di alchimia di mercato quando obbligazioni ‘da banco’ non liquide vengono trasformate in ETF liquidi all’instante. Tale ‘trasformazione della liquidità’ viene ora sostenuta dal governo, proprio come quella dei titoli garantiti da ipoteca e dell’attività bancaria ombra furono sostenute nel 2008.

Per chi lavora?

BlackRock ha ottenuto un bailout senza alcun dibattito al Congresso, nessun tasso d’interesse come “penale” del tipo imposto a stati e città che si fanno prestare soldi mediante il servizio di liquidità municipale della Fed, nessun complicato giro di scartoffie o attesa in coda per gli scarsi prestiti per l’Amministrazione Piccole Aziende, nessun lacciolo attaccato. Si è giusto tirata graziosamente fuori dalle sabbie mobili.

Si potrebbe argomentare che questo salvataggio è stato valido e necessario, poiché si è salvato il mercato da un disastroso ‘circolo apocalittico’, e così pure i fondi pensione e i risparmi di milioni di investitori. Benché BlackRock abbia un’interessenza di controllo in tutte le maggiori aziende per azioni dell’indice S&P 500, asserisce di non “possedere” i fondi. Agisce solo come una sorta di “custode” per i propri investitori — o così sostiene. Ma BlackRock e gli altri ETF dei 3 Grossi votano le quote delle grandi aziende;dunque dal punto di vista della gestione sono loro i proprietari. E come fatto notare in un articolo del 2017 dell’Università di Amsterdam intitolato “Queste tre ditte posseggono l’America aziendale”, esse votano nel 90% delle volte in favore dei gestori. Il che vuol dire che tendono a votare contro le iniziative dei propri azionisti, contro la manodopera, e contro il pubblico interesse. BlackRock non sta effettivamente lavorando per noi, benché noi – il popolo americano – siamo adesso diventati la sua maggior clientela.

In una rassegna del 2018 intitolata “Blackrock – la società che possiede il mondo”, un gruppo di ricerca multinazionale chiamato Investigate Europe concludeva che BlackRock «mina la concorrenza con il possesso di quote di capitale in società in competizione, sfoca i confini fra capitale privato e affari di governo lavorando gomito a gomito con i regolatori, e promuove la privatizzazione dei programmi di pensione al fine d’incanalare risparmi nei propri fondi».

Daniela Gabor, professoressa di Macroeconomia all’Università dell’Inghilterra occidentale di Bristol, concludeva dopo aver seguito alcuni dibattiti regolatorii a Bruxelles che non erano più le banche a detenere il potere finanziario, bensì i gestori di titoli. Disse: «Ci viene detto sovente che un gestore è lì per investire il nostro denaro per quando saremo vecchi. Ma è ben più che quello. Secondo me, BlackRock riflette la rinuncia allo stato assistenziale. La sua ascesa di potere va mano nella mano con i cambiamenti struttrali in atto; nella finanza, ma anche nella natura del contratto sociale che unisce il cittadino e lo stato».

Che tali cambiamenti strutturali siano programmati e deliberate è evidente nel libro bianco dell’agosto 2019 di BlackRock che delinea un risettaggio economico che è stato ora attuato con BlackRock al timone.

La politica pubblica oggigiorno viene fatta in modi che favoriscono il mercato azionario, considerato il barometro dell’economia, benché abbia poco a che fare con la forza dell’economia reale, produttiva. Fondi giganti per pensioni e altri investimenti controllano ampiamente il mercato azionario, e i gestori mobiliari controllano i fondi. Il che pone effettivamente BlackRock, Massimo e più influente gestore mobiliare, al posto di guida per il controllo dell’economia.

Come nota Peter Ewart in un articolo del 14 maggio su BlackRock intitolato Volpi nel pollaio, oggi il sistema economico «non è capitalismo classico ma piuttosto capitalismo monopolistico di stato, dove le imprese giganti sono regolarmente protette con fondi pubblici e i confini fra lo stato e l’oligarchia finanziaria sono virtualmente inesistenti».

Se gli oligarchi megaziendali sono troppo grossi e strategicamente importanti per essere scomposti ai sensi delle leggi antitrust, anziché essere salvati [da infortuni gestionali] dovrebbero essere nazionalizzati e posti direttamente al servizio del pubblico. Proprio al minimo, BlackRock dovrebbe venire regolamentata come Istituzione Finanziaria d’Importanza Sistemica troppo grossa per fallire. Meglio ancora regolamentarla come un ente di pubblica utilità. Nessuna entità privata, non eletta, dovrebbe avere il potere sull’economia che ha BlackRock, senza un dovere fiduciario legalmente imponibile di detenerlo nell’interesse pubblico.

Black Rock ,Conflitto di Interessi ?

Riporto un video esaustivo per comprendere la struttura di questo fondo Molock che tra partecipazione azionarie ,siede in diversi C.d.a. e’ il più grande investitore privato nell’economia Italiana,banche ed aziende strategiche,ha partecipazione in agenzie di rating e svolge come Advisor servizi di consulenza per i vari governo dei paesi.

Black Rock / La Macchina sostituisce l’uomo.

Trenta milioni di dollari. Questa la cifra che il più grande gestore di denaro del mondo , il gigantesco Blackrock, risparmierà mandando a casa 40 dipendenti. Tra le teste tagliate anche quelle di 7 money manager sui 53 complessivi. Non servono più. A breve l’11% dei fondi azionari sarà affidato ai robot su cui ricadrà la responsabilità di gestire 275 miliardi di dollari.

Robot gestiranno per conto dell’uomo e prenderanno decisioni su un valore di 275 miliardi di dollari.

“Sfruttare big data e intelligenza artificiale” 

E non si sta parlando di gestione passive che replicano l’andamento di specifici indici di mercato, ma di gestione attive basate sullo studio del mercato e sulla selezione degli asset su cui investire. “Dobbiamo cambiare l’ecosistema e sfruttare maggiormente i big data e l’intelligenza artificiale” ha spiegato l’amministratore delegato di Blackrock, Larry Fink, al New York Times.

Blackrock principale investitore straniero a Piazza Affari 

Una decisione che dà ragione a quanti già da tempo affermano che il mondo del lavoro sarà profondamente cambiato dall’innovazione tecnologica nei prossimi anni.  Blackrock non è una piccola società finanziaria ma un vero e proprio colosso,molock asset per 5100 miliardi di dollari in ogni angolo del globo. Dal 2000 è presente anche in Italia con una sede a Milano. E’ il primo azionista straniero a Piazza Affari con partecipazioni pari a 8 miliardi di euro, il 2% della capitalizzazione del Ftse Mib. E’ presente con quote significative in nomi importanti del capitalismo tricolore: 5% di Unicredit, 4,99% di Telecom Italia, 2,8% di Fiat, 5% di Snam, 5,1% di Fineco solo per citare le partecipazioni più rilevanti.

Tecnologia già da tempo utilizzata dal colosso americano

Già da tempo Blackrock supporta le scelte di investimento facendo ricorso alla tecnologia. Dispone di una super piattaforma, chiamata Aladdin, formata da 6000 super computer ,macchinecmacchine che processano algoritmi complessi al secondo, quali analizza continuamente l’impatto che le vicende economiche e politiche hanno sul valore degli investimenti. Ma la decisione di affidare la gestione attiva dei fondi ai robot e di mandare a casa i dipendenti che prima svolgevano quelle mansioni è sicuramente un cambio di passo fondamentale, che sicuramente sarà presto emulato da altri.

Anche Goldman Sachs guarda alle macchine intelligenti

Un segnale inequivocabile è già arrivato. “Considerata la grande disponibilità di dati e lo sviluppo delle tecniche di machine learning siamo solo all’inizio di una rivoluzione che trasformerà il settore a livello globale” ha affermato Osman Ali, importante manager Goldman Sachs, altro grande protagonista della finanza mondiale.

Ricerca ossessiva del contenimento dei costi 

Ma più che le possibilità offerte dalla tecnologia a contare sono le opportunità di risparmio. I professionisti della finanza sono notoriamente costosi e i gestori hanno bisogno di tagliare le spese, perché ovunque nel mondo i servizi a gestione attiva stanno perdendo quote di mercato a favore di quelli a gestione passiva, come gli Etf, che fanno pagare commissioni molto basse. 

Addio agli yuppies di Wall Street 

La musica è dunque sempre la stessa: contenimento dei costi. E a pagare inevitabilmente sono gli uomini perché le macchine ormai fanno le stesse cose ma costano molto di meno. Tra qualche anno l’immaginario collettivo su Wall Street potrebbe essere profondamente diverso. Non più yuppies rampanti che affollano il centro di Manhattan ma asettici robot gestiti da pochi banchieri sempre più ricchi .

Macchine pensanti decideranno del nostro futuro.

l’anglo americanizzazione di Deutsche Bank / Blackrock

L’ANGLO-AMERICANIZZAZIONE DI DEUTSCHE BANK e la trasformazione dell’ istituto nato nel 1870, da banca che storicamente  ha per missione il finanziamento dell’industria a banca che genera metà dei suoi profitti dal trading di derivati, valute, titoli, cartolarizzazioni, è storia non troppo lontana. Risale a quando, col crollo dell’URSS, l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi.

Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Khol aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia. Andò persino parlarne a Wall Street.  Venne improvvisamente freddato fuori dalla sua villa, a fine 1989. Si disse dalla RAF, magari invece dalla Stasi, come qualcuno scrisse, o da altri.

Stessa sorte tocca al suo successore, un altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Ucciso nel 1991 da un tiratore scelto.

Dopo di lui a Deutsche Bank – alla sua sede londinese – arriva uno squadrone di ex Merril Linch, compreso il capo che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso ‘moderno’, anche troppo? La banca che deve portare sfortuna, perché anch’egli muore, a soli 47 anni in uno strano incidente del suo aereo privato. Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano, jainista, passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando JPMorgan: è esposta per 55.000 miliardi, 20 volte il Pil tedesco, a fronte di depositi per 522 miliardi.

LO SCONTRO COL POTERE POLITICO. “Quanto è pericoloso il potere di mercato delle maggiori banche di investimento?” Se lo chiedeva due anni fa lo Spiegel riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’ Economia Wolfgang Schauble. Scriveva il settimanale: “Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, JP Morgan, Goldman Sachs.  Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valute: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e UBS.

Quando quindi si analizzano prese decisionali provenienti da un certo istituto di un certo paese bisogna analizzare la proprietà che come vediamo e’ in minima parte Tedesca ,per comprendere da quale centro decisionale provengano.

Mittle Europa o dobbiamo vedere in realtà al di la’ dell’Oceano.